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Bepi De Marzi
Franco Dal Maso ad Arzignano, nella casa che fu di Antonio Giuriolo
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Il silenzio sul poggio, a San Pietro, la vecchia contrada dietro il Castello di Arzignano
Nel suo libro ”Il profumo della libertà”, Franco Dal Maso ci confida anche l’emozione del silenzio sul poggio, a San Pietro, la vecchia contrada dietro il Castello di Arzignano, lungo la strada delle piccole sorgenti chiamate “i pozzetti”, la strada che scende alla riva del Guà, per salire a Restena, tra i basalti delle prime colline che aprono la Valle dell’Agno.
Un poggio di vigne pregiate e cipressi e robinie, con la casa natale di Antonio Giuriolo un poco isolata nell’ariosa contrada, una costruzione di sassi più bianchi che neri, che Luciano Vighy disegna con la tenerezza dei poeti; una casa a due piani, e cantina sul retro, la stalla in disuso, ammuffita di travi basse, il portico oscuro, e nell’ampio giardino gli oleandri, un giro di alloro e le siepi di spini marisi, quelli, si dice, della corona di Gesù. Il dottor Dal Maso l’ha abitata dal giorno che è stato chiamato primario di ostetricia e ginecologia nel nuovo ospedale, bianco e solenne, costruito sulla collina delle Costeggiole a guardare la Valle del Chiampo.
San Pietro di Castello; per la gente, da sempre, la Contrada dei matti.
Franco Dal Maso ha trovato lassù le stagioni di Antonio Giuriolo nei racconti dei suoi amici nell’infanzia lontana, contadini dai nomi inventati a filò, guadagnati nel lavoro, soprannomi a segnare i caratteri, il viso, l’arguzia, il sorriso del tempo: Mario Pippo, la Mori, perché di carnagione scura, Porco Diese, che era il suo intercalare, come oggi tutti dicono “come dire”, e sua moglie Maria Piccola; i Rugolotti, tutti con l’andatura proprio rotolante, rugolante, con i bambini mai fermi, i Rugolìti, la Vedova-vita-sola, l’altra vedova, Norma, “la furba, ciò”, con la casa sul ciglio del poggio in usufrutto, chiamata el Paradiseto; poi Nani Farina, “el disfortunà”, El Piave, venuto con sua moglie, la Piava, dalle sponde del fiume sacro, sempre con gli stivali della fanteria; la Sandrona, figlia di Sandro detto Sandron, nata lo stesso anno di Giuriolo, ma di là del mare, vicino a New York, e tornata in contrada a tre anni con la sorella e il papà sempre allegro di vino clinto o durello.
Raccontava di Antonio, la Sandrona, parlando con me in un dialetto da festa, da rispetto: diceva di Toni che saliva sui pini marittimi oltre il cancello d’entrata a leggere libri con voce da predicatore, a declamare poesie melodiose. “E quando che è andato ufficiale nei alpini, il mio moroso Giacobe dei Rensi è restato par sempre là oltre, a Giarabù. DioDio, là distante, par nare morire par gnente”.
Poi sono salito anch’io alla collina; io che ero nato proprio a Castello, a Porta Cisalpina, vicino alla forneria di mio nonno, sono andato ad abitare a San Pietro, nella casa che era stata di Giovanna, la sorella di Antonio Giuriolo. E la Sandrona, quasi cantando, ha detto: “‘desso, qua in contrà dei mati, semo al completo, col dotore che fa la levatrice, so moiere anca ela comare, e uno che gira a sonare pal mondo, che ‘l fa anca cantare”. Franco Dal Maso mi ha accolto con un mazzo di 50 garofani ... rossi... e un abbraccio festoso: “benvenuto su questa luminosa collina di gente libera”. Giovanna Giuriolo aveva ottenuto di vietare la caccia su buona parte del poggio di San Pietro. Per me anticaccia da sempre, era la massima felicità.
Era di maggio, a metà degli Anni ‘70.
Arzignano della ricchezza: la Valle del Chiampo delle 300 concerie: i contadini, i montanari divenuti imprenditori. I sindacati addomesticati dal benessere, il partito comunista ispirato dalla severa saggezza, dalla sapienza, dalla nobiltà di un genio locale allevato e specializzato nell’officina Pellizzari, Vinicio Mettifogo, che doveva inventare poi la Calpeda che proseguiva dalla grande industria meccanica. Oh, la Pellizzari dei nostri padri. Ma era ormai lontano e perduto il tempo degli eventi culturali e artistici, le ebbrezze di Antonio, il giovane Pellizzari osteggiato da una ottusa Democrazia Cristiana sempre più divisa in correnti: i Rumoriani, i Bisagliani e quelli di Donat-Cattin. Ma ogni mossa passava sotto lo sguardo di Giacometti, “el Delio”. C’era anche un partito sempre imbronciato: il PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Questa è la preistoria, certo, questa è la preistoria di ciò che stiamo drammaticamente vivendo.
La Valle del Chiampo inquinata e inquinante. I fiumiciattoli, i torrenti avvelenati fino al mare. Imprenditori operosi e fantasiosi, gli arzignanesi, con la villa a Jesolo, a Cortina, nell’immancabile Asiago; con le fuoriserie ostentate, magari la barca.
Il vecchio ospedale, donato da un emigrante che aveva fatto fortuna in Romania, Luigi Cazzavillan, aveva sempre avuto un Primario unico, che era chirurgo, medico, pediatra, ostetrico, ortopedico, il dottor Gianfranco Volpato, l’uomo senza orari, disponibile giorno e notte: mai una vacanza, mai un’assenza, con un passato coraggioso di antifascista, di indomabile professionista libero, incarcerato e torturato a Padova durante la Resistenza.
Dal Maso era arrivato in quei primi Anni Settanta che trasformavano il paese in un feudo doroteo. Eravamo diventati dorotei in una notte: Giacometti non riusciva a diventare deputato perché rumoriano. Una mattina si è svegliato bisagliano e ogni ambizione è stata possibile. Poi ha confidato a un settimanale nazionale che la Madonna gli appariva in sogno per dargli consigli.
Nell’ospedale nuovo, con tanti Reparti separati, messo a riposo il primario unico Volpato, cui poi hanno dato, poveretto, la presidenza della Banca Popolare di Arzignano, lui che di soldi non capiva niente di niente, hanno chiamato gli specialisti.
Con un maglione azzurro, bellissimo, di poche parole, subito attivo e sicuro nel delicato mestiere di Primario, ecco arrivare il dottor Antonio Franco Dal Maso, socialista.
I socialisti attivi in Arzignano erano forse una decina: un giovane e tranquillo avvocato sceso dalle colline, un dipendente dell’ENEL, il figlio di un netturbino e qualche altro che veniva guardato più come anarchico che come socialista. Ma c’era perfino una fronda socialdemocratica, una via di mezzo tra la corrente di Donat-Cattin e i comunisti che in paese venivano identificati come “quelli del bandieron”.
Dal Maso. prima di manifestarsi in politica, ha organizzato il suo Reparto senza fare l’autoritario. Dottore tra i dottori, con i servizi di guardia alla pari, compreso il turno di notte. Tempi di crescita, molto prestigiosi per la città e per la Valle. Giacometti non lo voleva, il primario Dal Maso, ma la sua opposizione veniva contrastata dal Consiglio di Amministrazione dove c’era anche Ezio Ferrari, uno dei fondatori del coro I Crodaioli.
Il primario è stato subito amico del mio coro, che era presieduto dal notaio Mario Pagani. Abbiamo fatto insieme anche qualche campeggio estivo. Il dottore e i suoi figli inquieti, vocianti, giocosi, che facevan la lotta con i figli dei Crodaioli: Cesare e Jacopo contro tutti, e poi finiva col pareggio. Everardo stava a guardare, a quel tempo lui era dei grandi all’asilo. Aveva una tenda immensa, il dottore, che conteneva anche un letto di ferro con le volute Liberty. Stava, il mio amico, seduto davanti alla tenda con un organizzato cavalletto per gli artisti, a dipingere montagne e boschi, ispirato dalla meraviglia del Comelico. La moglie Milly faceva gite di paste austriache a Dobbiaco in compagnia di Everardo, che poi raccontava allegramente perché la mamma a pranzo non aveva appetito. Qualche volta proponevamo al dottore una camminata, anche una piccola ascensione. “Non posso toccare le rocce”, diceva, “devo conservare la tattilità delle mani per le operazioni, per gli interventi chirurgici che sono sempre più numerosi”.
Gli piaceva un canto che dice “Varda che vien matina, ze terminà la note con ti: dame el capelo rosso, che te me vardi andare sul prà...”. Glie l’abbiamo cantato qualche anno fa a Palazzo Trissino, nell’androne, quando Vicenza gli ha consegnato la medaglia d’oro di professionista e cittadino prestigioso. Volevamo venire a dirgli il nostro affetto anche stasera, ma i tempi negli eventi librari sono sempre misurati.
Nella contrada di San Pietro si passava qualche sera a raccontare, a cercare, a confermare il profumo della libertà, quasi dei filò tra i cipressi e i vigneti. Il ricordo di Antonio Giuriolo pareva che ispirasse ogni passo, ogni nostro pensiero. Era la collina di suo padre, l’avvocato Pietro. Io raccontavo di mio nonno Bepi, fornaio di Castello, sempre con la coccarda nera degli anarchici. Dal centro di Arzignano a San Pietro ci sono tre chilometri di strade anche molto faticose, pontarose. Una notte degli Anni Venti, l’avvocato Giuriolo, che tutti chiamavano l’Avvocato dei poveri, arrivato davanti alla forneria, ha bussato disperatamente alla porta. I fascisti l’avevano bastonato e gli avevano fatto bere il tragico olio di ricino. Mia nonna Angela lo ha fatto entrare e lo ha curato amorevolmente per quasi tre giorni, nascondendolo tra i sacchi di farina e la legna per il forno.
In contrada aveva abitato la famiglia Zini, parente di mia nonna. Tino, coetaneo di Antonio, socialista, anche consigliere provinciale negli Anni ‘50, era stato internato a Mauthausen. Quando a casa mia, in Castello, Tino raccontava gli orrori della prigionia, mia mamma diceva “Beppino, vai fuori a giocare”. Ma io ascoltavo nascosto.
È stato un lungo tempo di affettuosa vicinanza, a San Pietro, una vicinanza che prendeva perfino i colori e i fervori del lavoro contadino. La Sandrona coltivava ortaggi da vendere nelle botteghe di Arzignano, i ragazzi inventavano giochi tra i vigneti, Milly, la moglie di Franco, partecipava alle vendemmie. Ma la famiglia Dal Maso si iscriveva anche alla marce non competitive di Arzignano. All’arrivo dei Quattro Passi in Contrà, io che facevo lo speaker di piazza, magnificavo l’arrivo della famiglia dicendo: “Ecco i Dal Maso al completo, che si tengono per mano: donna Milly, il dottore Antonio Franco, i figli Everardo, Jacopo e Cesare”.
Un tempo beato: ci lasciavamo guidare dalle stagioni; e in collina si aspettava la neve per sognare orizzonti di montagne.
Il dottor Dal Maso voleva che il titolo di questo libro fosse “Utopia”. E leggendo capirete che il capitolo dell’Utopia avrebbe dovuto essere posto all’inizio, come una dichiarazione di ideali mai traditi.
Narrazione chiara, lucidissima, del suo tempo donato anche all’impegno politico. Andava perfino a fare i comizi.
E scrive:
“Vi furono anche momenti esaltanti, come quando mi capitò di parlare a fianco di Armando Cossutta, vecchia icona della storia della sinistra, o di Giorgio Ruffolo, insigne saggista, intellettuale, più volte deputato o ministro; o di Mario Rigoni Stern che, pur non essendo un politico, voleva dare il suo contributo a quella che riteneva... “la parte giusta”.
Ma ciò che si notava a prima vista era la modesta partecipazione del pubblico.
Mani pulite aveva generato una diffusa disaffezione per la politica e ciò smorzava gli entusiasmi, e di fronte alle piazze semideserte io ricordavo con nostalgia i tempi dei grandi leaders, quando i De Gasperi, i Togliatti, i Nenni, i Pertini, i Rumor, i Berlinguer parlavano a piazze gremite e avvincevano le folle con la loro affascinante oratoria.
Tempi lontani. Altro mondo”.

Grazie, Franco, amico mio.