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25  ottobre  2008 n. 57
Antonio Giuriolo
Per mantenere viva la riflessione
sul pensiero e l’azione di Antonio Giuriolo.
Il 12 dicembre, giorno in cui cade il sessantaquattresimo anniversario
della morte di Antonio Giuriolo, ucciso dai tedeschi sull’Appennino bolognese,
l’ISTREVI ne ricorderà la figura presentando alla città di Vicenza il libro,
edito da Cierre-Istrevi, Antonio Giuriolo e il «partito della democrazia»,
curato dal professor Renato Camurri, ...
Due iniziative
della sezione didattica dell’ISTREVI
su costituzione e legalità
Due incontri per il Sessantesimo della Costituzione:
il 14 novembre
« Conoscere la Costituzione,
imparare la democrazia »
con Ilvo Diamanti e Giovanni Palombarini ...
il prossimo 29 aprile
« Le regole della democrazia »
con Gherardo Colombo ...
Si riuniscono a novembre
gli organi direttivi dell’ISTREVI
A novembre si riunirà Comitato scientifico. Ordine del giorno: programmi di ricerca in corso, programma culturale per il 2009 ...
Seguirà il Comitato Direttivo su bilancio, adesioni di Enti e Associazioni, rapporti con il comune capoluogo e amministrazioni locali ...
A fine gennaio l’Assemblea ordinaria annuale dell’Istrevi, importante occasione ...
 
Attività dell’Istituto
Antonio Giuriolo
Per mantenere viva la riflessione
sul pensiero e l’azione di Antonio Giuriolo.
Il prossimo 12 dicembre, giorno in cui cade il sessantaquattresimo anniversario della morte di Antonio Giuriolo, ucciso dai tedeschi sull’Appennino bolognese, l’Istrevi ne ricorderà la figura presentando alla città di Vicenza il libro, edito da Cierre-Istrevi, Antonio Giuriolo e il «partito della democrazia», curato dal professor Renato Camurri, libro già presentato con grande concorso di pubblico ad Arzignano, città natale dell’illustre vicentino, e successivamente a Torino nell’ambito dei seminari di ricerca sulla storia dell’azionismo in Italia.

Per tale iniziativa l’Istrevi ha chiesto di poter usufruire della Sala degli Stucchi del Municipio di Vicenza.

Valutando positivamente una proposta avanzata dal professor Camurri, l’Istrevi ha inoltre deciso di dare vita ad una Lezione Giuriolo che si terrà ogni anno con la partecipazione di illustri storici, politologi e giuristi per esaminare gli aspetti del pensiero di Giuriolo che restano ancora oggi,
e si può dire particolarmente oggi, particolarmente vivi.

Giovanni De Luna

La prima Lezione Giuriolo verrà tenuta il 22 gennaio 2009 dal maggiore storico dell’azionismo italiano, il professor Giovanni De Luna, ordinario di storia contemporanea nell’Università di Torino.

Tra le sue opere ricordiamo Donne in oggetto. L’antifascismo nella società italiana (1995);   La passione e la ragione. Il mestiere dello storico contemporaneo (2004);
Storia del Partito d’Azione ( 2006, nuova edizione).   Ha curato per Einaudi L’Italia del Novecento. Le fotografie e la storia ( 2005-2006, tre voll, quattro tomi).

Due iniziative della Sezione Didattica dell’ISTREVI
su costituzione e legalità
La Sezione Didattica, in collaborazione con gli Istituti liceali di Vicenza “Pigafetta” e “Quadri”, organizza per il Sessantesimo anniversario dell’entrata in vigore della Carta costituzionale due incontri che si svolgeranno entrambi nell’Aula Magna del Liceo scientifico “Quadri”.
Il primo di essi si terrà il prossimo 14 novembre, alle ore 11,
ed avrà come tema
«Conoscere la Costituzione, imparare la democrazia».
Relatori Ilvo Diamanti,
docente di sociologia all’Università di Urbino ed editorialista de La Repubblica
e Giovanni Palombarini, magistrato e saggista.
Ilvo Diamanti Giovanni Palombarini
Il secondo, previsto per
Gerardo Colombo il 29 aprile 2009 sul tema
«Le regole della democrazia»
avrà come relatore Gherardo Colombo, ex magistrato e saggista.
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Per informazioni e prenotazioni da parte di docenti e delle classi interessate, rivolgersi a:
Carla Poncina cell.3493943883 - email carlaponcina@alice.it   o   Mary Pilastro 0444.544983 - email marypil@libero.it
Si riuniscono a novembre gli Organi Direttivi dell’ISTREVI
Nell’ultima decade di gennaio, o nella prima di febbraio, verrà convocata l’Assemblea ordinaria annuale dell’Istrevi che ha il compito, oltre agli adempimenti relativi al bilancio preventivo 2009, di rinnovare gli organismi direttivi dell’Istituto che dureranno in carica per il triennio 2009-2011.
Vicenza - villa Guiccioli sede
 del “Museo del risorgimento e della Resistenza”
e dell’ISTREVI
Museo del risorgimento e della Resistenza
(sede dell’ISTREVI)
L’Assemblea è l’occasione per fare il punto sui primi sette anni di vita del nostro Istituto, che hanno registrato una molteplicità di iniziative, una significativa attività di ricerca e una soddisfacente produzione editoriale, ma che non hanno ancora risolto due problemi strutturali che ne frenano lo sviluppo (l’insufficienza della sede attuale, i cui spazi ristretti ostacolano particolarmente l’ampliamento della Biblioteca e dell’Archivio; l’esiguità dei finanziamenti a disposizione).
In vista di un’Assemblea così importante, il Comitato scientifico dell’Istrevi si riunirà nella seconda decade di novembre per esaminare lo stato di avanzamento dei quattro programmi di ricerca impostati nel triennio 2006-2008; valutare l’opportunità di nuove ricerche per il triennio successivo; dettagliare il programma culturale per il 2009.
La settimana successiva si riunirà il Comitato Direttivo, con all’ordine del giorno: una prima valutazione del consuntivo finanziario 2008; la predisposizione del preventivo 2009; il lancio di una più campagna di maggiori adesioni di Enti locali, Associazioni e singoli cittadini all’Istituto all’Istituto; i rapporti con il comune capoluogo e con gli enti locali della provincia, l’esame del programma culturale predisposto dal Comitato Scientifico.
 
Nuove Pubblicazioni dell’Istituto
Domenico Aronica,
La tragica avventura di un siciliano dall’altpopiano di Asiago a Gusen II.
A cura di Gianni A. Cisotto,
CIERRE-ISTREVI
Domenico Aronica, nato a Canicattì (Agrigento) nel gennaio 1923, fu sorpreso dall’armistizio dell’8 settembre 1943 al Nord, a Como, dove prestava servizio militare al 67° reggimento di fanteria della divisione “Legnano”. Due giorni dopo riuscì a raggiungere il paesino di Piossasco, in provincia di Torino, dove si trovava il fratello maggiore Ferdinando, sacerdote salesiano; lì fu ospitato per un po’ di tempo. Verso la fine del 1943 fu costretto a lasciare l’istituto ed indirizzato dal direttore dello stesso a Cumiana, sempre in provincia di Torino, dove esisteva un’altra casa salesiana. Lì fu rifiutato e quando raggiunse Torino in treno venne fermato alla stazione da militi fascisti. Dal 21 febbraio 1944 egli fu incorporato in un reparto di artiglieria contraerea a Torino; vi rimase fino al 9 aprile successivo, quando fu trasferito con il suo reparto a Sassuolo (Modena). Da lì passò successivamente a Bassano del Grappa.
Nel giugno del 1944 riuscì a mettersi in contatto con delle staffette partigiane, che lo accompagnarono a Rubbio di Conco sull’altopiano di Asiago, dove fu fatto incontrare con Giovanni Vialetto del battaglione «Sette Comuni» che lo aggregò al reparto partigiano, con il quale partecipò ad alcune operazioni.
Ospitato dalla famiglia di Giovanni Cortese a Rubbio dopo la battaglia di Granezza, disegno dai campi di concentramento Gusen
[ Mauthausen ] fu arrestato nel settembre 1944 nel corso del rastrellamento del Grappa e condotto a Bassano. Da lì fu trasferito a Verona, dove il tribunale militare tedesco lo condannò a 15 anni di lavori forzati da scontare in Germania. Inizialmente condotto nel lager di Bolzano, fu in seguito deportato a Mauthausen con l’ultimo convoglio partito dalla città altoatesina l’1 febbraio 1945. Dopo una breve permanenza in quel campo, venne trasferito nel sottocampo di Gusen II, dove rimase fino alla liberazione dello stesso il 5 maggio 1945.
Dopo la guerra Domenico Aronica, iscrittosi all’università di Palermo, si laureò in lettere nel 1950, e fino agli anni Ottanta esercitò la professione di insegnante di italiano e latino presso alcune scuole medie del suo paese natale, dove morì il 28 settembre 2006.
Il memoriale che Aronica stese negli anni Sessanta inizia con la salita sull’altopiano di Asiago nel giugno del 1944 e termina con l’inizio del viaggio di ritorno dopo la liberazione dal campo di Gusen. Il testo fu fatto conoscere dall’estensore a Vincenzo Pappalettera, che ne pubblicò quattro stralci nel suo volume sui lager tedeschi del 1973.
Il testo viene pubblicato nella sua interezza, preceduto da un’introduzione del curatore che inquadra la figura dell’estensore, la struttura del testo e lo colloca nel quadro della consimile produzione siciliana (furono più di 800 i siciliani deportati in campi di concentramento). Le note sono volutamente essenziali e puramente esplicative, ove possibile, senza voler inutilmente appesantire con confronti e raffronti il memoriale di Aronica, con l’intento di far parlare il testo stesso, con tutto il suo “calore”, la sua, talvolta, enfasi, con quella coloritura “letteraria” che l’estensore aveva voluto trasmettere stendendolo.
Antonio Spinelli - Antonella Presta,
Dal rifugio all’inganno.
Un’unita’ di apprendimento sull’internamento degli ebrei in provincia di Vicenza.
CENTRO STUDI BERICI
Il libro, prima di una nuova collana della Sezione Didattica dell’Istrevi, nasce come prosecuzione naturale di un progetto di ricerca sviluppato dal prof. Antonio Spinelli e dall’Associazione LunaNuova a partire dai primi mesi del 2004 che ha portato alla mostra itinerante “Dal rifugio all’inganno. Storie di ebrei internati in Provincia di Vicenza”, alla collaborazione con Paolo Tagini per il suo libro “Le poche cose” ed infine alla creazione di un sito internet, www.dalrifugioallinganno.it.
Tenuto conto di tutto il cammino compiuto e delle esigenze didattiche nel frattempo emerse, nell’anno scolastico 2007/2008, Antonio Spinelli e Antonella Presta, insegnanti della Secondaria di I grado, hanno deciso di mettere a frutto il lavoro svolto proponendo nelle rispettive scuole (“Virgilio” di Camisano Vicentino e “Don Bosco” di Cavazzale) un articolato percorso didattico. La proposta, pensata per le classi terze della Scuola Secondaria di I Grado, ma valida anche per la Secondaria di II grado, ruota attorno ad alcuni punti essenziali: l’individuazione di attività introduttive a carattere formale ed informale; la strutturazione di lezioni di storia che approfondiscano quanto proposto dai manuali scolastici; l’organizzazione di un laboratorio di storia basato sullo studio e la comprensione dei documenti d’archivio; il rimando continuo ad argomenti di stretta attualità.
I primi due punti sono il frutto della necessità di porre attenzione ai bisogni educativi degli studenti e di fornire loro alcuni strumenti di base per poter affrontare il laboratorio. Essendo disponibili moltissimi materiali al riguardo, sia su libri sia sul web, alcuni di essi sono stati utilizzati a scuola e inseriti in un percorso originale. Il vero fulcro della proposta è però il laboratorio, legato alla possibilità di utilizzare con gli studenti i documenti provenienti dalla ricerca e dalla mostra, in modo tale da stabilire uno stretto legame tra storia mondiale e storia locale.
Infine, partendo dall’obiettivo di mettere gli studenti in condizione di creare correlazioni tra il passato e il presente, nella proposta sono messi in evidenza alcuni spunti e piste di lavoro che portano a riflettere su diversi fenomeni ancora attuali, ma che hanno importanti riscontri nella storia passata. Si pensi alla questione dei rifugiati, alla nascita dei pregiudizi e alle idee razziste così come si sono manifestate nella storia e come si ripropongono oggi.
A partire da queste premesse, il libro comprende: un’introduzione che presenta l’unità di apprendimento indicando in particolare i riferimenti alle indicazioni nazionali e i collegamenti interdisciplinari; Tonezza (VI) - Colonia Alpina “Umberto l” una prima parte che suggerisce una serie di attività preliminari (già edite su altri testi o su siti specializzati) sui temi della memoria e sul bagaglio terminologico che gli studenti devono acquisire; una seconda parte che riporta alcune brevi lezioni di storia sul periodo tra il 1938 e il 1943, tratte dal sito www.museoshoah.it a cura del (CDEC), arricchite di riferimenti al vicentino e di attività sulle leggi antiebraiche, sul pregiudizio, sulla propaganda e sull’uso dello sport a fini politici, ieri come oggi; una terza parte che invita ad un lavoro di gruppo su documenti d’archivio riguardanti gli ebrei internati in provincia di Vicenza, il campo di concentramento di Tonezza del Cimone e la deportazione di alcuni ebrei ad Auschwitz.
Al libro è allegato un CD-ROM anch’esso suddiviso in tre parti (tre cartelle) come il libro. La prima cartella contiene alcuni materiali didattici, la seconda degli approfondimenti storici e la terza il materiale per i lavori di gruppo, ossia i documenti d’archivio raccolti in file divisi per argomento: l’arrivo e la sistemazione degli ebrei e il sussidio ricevuto dallo Stato (gruppo 1); la vita quotidiana (gruppo 2); il dopo 8 settembre, la fuga e l’intervento dei giusti (gruppo 3); la detenzione a Tonezza e la deportazione (gruppo 4).
 
Segnalazioni Librarie
Piero Bonotto, I banditi dell’Archeson.
Ricordi di un partigiano del Grappa.
istresco 2008
( pp.187,   € 12,00 )
Pietro Bonotto, nato a Cavaso del Tomba nel 1924, partecipò alla Resistenza nella formazione «Italia Libera-Archeson» attestata, fino al tragico rastrellamento del 20-27 settembre 1944, sul Monte Grappa.
Scrive Francesco Franchi, presidente dell’ISR di Belluno, nella limpida prefazione che «in questo libro di “ricordi di un partigiano”, nulla è presentato come problema teorico, storiografico, sociale: tutto invece deriva da una personale vicenda, con diretta connessione con quella estrema giovinezza, quella vita affettiva ed intellettuale, quei bisogni e quelle speranze; una storia, a suo modo semplice, nella gigantesca confusione e nella estrema violenza di una Guerra Mondiale che si frantuma per tutta Europa e dunque anche in Italia e nel Veneto, in una serie apparentemente incomprensibile di vicende, collettive e personali, cariche di responsabilità e di irresponsabilità, a volte scelte, a volte imposte da cui derivano conseguenze spesso mostruose o dolorose o impreviste per tutti, per chi rimpiange il passato regime come per chi lo combatte (con più rabbia e indignazione se prima ne era stato sostenitore ingannato [...] ).
Il racconto di Piero Bonotto ha una sua nota di base, una chiave interpretativa coerente, una specie di marchio: il “sentimento del male” che va combattuto, come si può a sedici anni [allorché ascolta, il 10 giugno, l’annuncio mussoliniano della dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra] con quei mezzi e quei limiti cognitivi e politici, perché c’è un forte “sentimento del bene” che va difeso, e che nasce dalla rete affettiva della famiglia, dalle amicizie, dalla compaesanità, e dalla comunità di gente semplice ma di forte radicamento etico in tradizioni storiche, morali, religiose e politiche [...].
Da qui, conseguentemente, le altre scelte e la tonalità degli altri comportamenti futuri, nel giovane che diventa, quasi spontaneamente, partigiano, senza mezzi, senza teoria, senza strutture forti di appoggio; naturalmente, così come si fa con un lavoro dovuto, o si dà risposta ad una chiamata irrevocabile perché profondamente insita nella propria morale, o nella propria psicologia: una vocazione. [...].
Così, tra la nostalgia di una adolescenza e di una prima giovinezza che avrebbero avuto diritto ad una maggiore felicità, e la consapevolezza di un difficile e pericoloso dovere da compiere, il cui esito non è scontato e può portare delusione, si snoda questo racconto semplice e documentato, con tratti di irresistibile simpatia ed ingenuità [...].
Un altro elemento importante di questo racconto è la forte adesione, quasi corporea, alla propria gente, alla propria terra, al proprio paesaggio: il massiccio del Grappa è già ,nella mente del ragazzo, il luogo della resistenza e della battaglia, là hanno combattuto i suoi consanguinei, i contadini, gli artigiani, i borghesi, quelle pietre hanno visto sangue e coraggio, dolore e spavento, e dura umanità: è dunque naturale che anche i figli facciano ciò che i padri hanno già fatto, anche se il nemico ha ben diversa rabbia e ferocia, e la guerra non è la guerra “regolare”».
La statua nella polvere.
1968. Le lotte alla Marzotto.
A cura di Oscar Mancini,
ediesse, roma, 2008
( pp.150,   € 9,00 )
Il libro - che appare nella sezione specifica della collana “Storia e Memoria” della Ediesse, dedicata alla iniziative della Fondazione Giuseppe Di Vittorio che si propongono di fornire una lettura critica dei passaggi chiave della vicenda sociale del Paese - raccoglie gli Atti di un convegno organizzato dalla Cgil vicentina per riflettere ancora una volta, in occasione del quarantesimo anniversario, sull’esplosione operaia a Valdagno dell’aprile ’68 che rappresentò uno dei prologhi più significativi del successivo autunno caldo del ’69 mediante il quale, con un partecipatissimo ciclo di lotte, il movimento operaio e sindacale riuscì a realizzare importanti conquiste nella fabbriche e nella società.
Tuttavia è ancora oggetto di discussione se il 19 aprile ’68, giornata di sciopero generale alla Marzotto di Valdagno, che ebbe come momento simbolico l’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto, fondatore di quella dinastia industriale, sia stata consapevolmente un evento anticipatore dell’autunno caldo.
Una tesi parzialmente diversa è esposta da Giorgio Roverato, dell’Università di Padova, autore di numerosi libri di storia dell’azienda valdagnese, secondo il quale «la lunga vertenza valdagnese, che si dipanò dall’inizio del 1967 alla poi risolutiva occupazione degli impianti, presenta caratteristiche che hanno in gran parte a che fare con la particolarità del luogo in cui essa si svolse e con l’endemica crisi di un settore maturo» quale il tessile. La particolarità consiste «nella stretta simbiosi creata in decenni tra lavoratori e famiglia imprenditoriale, la quale negli anni venti e trenta trasformò il vecchio paternalismo ottocentesco in un moderno welfare aziendale» messo in crisi «dalle ripetute crisi che investirono il comparto laniero dagli anni cinquanta in poi che portarono ad un progressivo ridimensionamento di tale welfare, vissuto dai lavoratori come la rottura di un “patto non scritto”, ma ritenuto cogente [...] rottura interpretata come una sorta di “tradimento” che minava irrimediabilmente quel senso di sicurezza che un posto di lavoro alla Marzotto da sempre rappresentava nell’immaginario collettivo» e che creò il clima che negli anni ’67-’69 vide duramente contrapposte le organizzazioni sindacali e la direzione aziendale.
Anche la relazione di Emilio Franzina, dell’Università di Verona - in particolare incentrata sulle analisi che sindacalisti, politici, giornalisti e storici fecero di quell’evento, analisi che a suo giudizio si presenta «ancora oggi abbastanza complicata e, per alcuni aspetti, controversa» - mette l’accento sulle peculiarità dell’industrializzazione valdagnese e sulle «preoccupazioni serpeggianti dai primi anni sessanta in seno alla società locale» ovvero alle difficoltà «in cui si dibatteva allora l’impresa , a causa di scelte perdenti e per colpa di strategie aziendali decisamente sbagliate ma destinate a ripercuotersi in modo negativo prima di tutto sui livelli occupazionali e sulla qualità del lavoro, [difficoltà] correttamente percepite dai valdagnesi come segnali di un distacco dalla città ormai imminente e comunque possibile da parte della industria leader della vallata».
Lo svolgimento della lunga vertenza, chiusa con l’avanzato e innovativo accordo siglato sul finire del febbraio ’69, dopo una occupazione degli stabilimenti durata un mese, è esaminato dalle relazioni di Oscar Mancini e Giampaolo Bassetti e corroborato dalle testimonianze del sindacalista Gildo Palmieri, all’epoca segretario provincia del sindacato tessili della Cgil, e di Andrea Cestonaro, allora responsabile di zona del Pci (testimonianze alle quali va aggiunta quella dell’operaio Floriano Espedito, contenuta nella tesi di laurea di Walter Cocco, che il libro riporta in appendice).
Per Carlo Ghezzi, presidente della Fondazione Di Vittorio a cui sono dovute le conclusione del convegno, quanto accadde a Valdagno il 19 aprile nonché le successive vicende, al di là delle loro specifiche motivazioni, «insieme con lo sciopero generale delle pensioni, segnano l’inizio del biennio rosso 1969-’69 [e] l’autunno caldo della classe operaia italiana, a differenza di quanto accade in altri paesi europei, dura oltre un decennio; con alti e bassi si protrae fino alla confitta subita dal sindacato alla Fiat nel 1980».
Il nuovo numero di:
Venetica rivista di storia contemporanea
Il VENETO in movimento
Crisi e trasformazioni di un modello regionale
( pp.204,   € 14,00 )
Si può dire che uno dei temi su cui ruotano diversi dei saggi contenuti in questo numero monografico di Venetica sia quello esposto in alcune righe del saggio di Gianni Riccamboni, ovvero che «buona parte dell’opinione pubblica veneta percepisce come insopportabile il divario tra la rinnovata capacità di superare le difficoltà economiche con le proprie forze e l’inadeguatezza della politica, intesa come concreto funzionamento sia dei meccanismi di rappresentanza locale e nazionale, di interessi e valori, sia la capacità decisionale (produzione di politiche pubbliche». Tema direttamente affrontato dal saggio di Francesco Jori ( giornalista e docente a contratto nell’Ateneo di Padova) Il Veneto e la classe dirigente. Nani e giganti tra Schopenhauer, Einstein e il miraggio di un’Ikea delle teste, che concludendo l’analisi sulle difficoltà di costruire una nuova classe dirigente politica del Veneto (mentre è tuttora saldamente dominante una leadership ormai sulla scena da diversi lustri con scarsi risultati) rileva come non sia: « soltanto questione di anagrafe, certamente; ma non si può certo pensare e/o pretendere che una classe dirigente vecchia di mentalità e di formazione prima ancora che di età sappia autoriformarsi. I problemi, faceva presente Einstein, non si possono risolvere con gli stessi schemi con cui sono stati posti; quindi neppure con le stesse persone. Ma Einstein aveva un vantaggio, non era nato nel NordEst».
Più ampia, ma non dissimile, è la conclusione del saggio di Gianni Riccamboni (preside della facoltà di Scienze Politiche di Padova), Le culture politiche al voto (1994-2006): il Veneto tra localismo e crisi di integrazione politica: «C’è da chiedersi se il prevalere dei numerosi elementi di continuità negli orientamenti e nei comportamenti politici del Veneto, come emerge da questa analisi, non sia da interpretare come conferma della permanenza di una cultura politica radicata nella frattura centro-periferia, una sorta di “basso continuo” alla veneta, a fronte dei limiti sempre più evidenti di un ceto politico, nazionale e locale, incapace di reinterpretare e riorientare le tendenze di fondo della società».
Anche Marco Almagisti ( ricercatore presso l’Università patavina) nel saggio Capitale sociale locale e sistema politico nazionale: Veneto e Italia rileva come «il Veneto attuale continua a rimandare l’immagine di un mondo profondamente sfaccettato, per certi aspetti paragonabile ad un caleidoscopio, caratterizzato al contempo da forti pulsioni dinamiche e innovative e da molteplici sintomi di indebolimento del capitale sociale ereditato dalle fasi sociali precedenti», dove per capitale sociale di un territorio intende quei fattori - reti di associazionismo civico, volontariato, norme che regolano la convivenza, pratiche di mutua assistenza, fiducia - che migliorano sia l’efficienza dell’organizzazione sociale che il rendimento delle istituzioni pubbliche.
Patrizia Messina (professore associato nella facoltà di Scienze Politiche di Padova) nel suo Oltre il modello veneto. Crisi e trasformazioni di un modo di regolazione dello sviluppo locale, dopo un’attenta disamina delle politiche sia pubbliche che di altri attori sociali per lo sviluppo economico e il welfare, mette in evidenza quanto sia indispensabile una innovazione organizzativa e istituzionale, rilevando tuttavia per quest’ultima che essa «non può essere davvero credibile senza una convinta innovazione culturale degli attori dello sviluppo locale, a cominciare dalla formazione di una classe dirigente, amministrativa, politica e imprenditoriale che sia in grado di garantire, da un lato, le competenze adeguate al cambiamento e, dall’altro, le risorse cognitive necessarie per un’emancipazione della società politica dalla società civile locale che possa ridare legittimazione ed autorevolezza all’attore pubblico, fortemente compromesse dai retaggi della cultura di governo locale tradizionale.
Della insufficienza, soprattutto culturale, delle istituzioni pubbliche si occupa Egidio Comelli (che, laureatosi in storia a Cà Foscari ha conseguito il Master in Regolazione dello sviluppo locale) nel saggio Società locale e immigrazione in cui rileva come «le politiche locali [nel Veneto] per l’integrazione si sono dimostrate del tutto, o quasi del tutto, inadatte al loro scopo. Se il territorio assicura accoglienza e lavoro ai cittadini immigrati, enti pubblici e attori del terzo settore si sono dimostrati inefficaci ad implementare interventi di ampio respiro in grado di stimolare l’integrazione tra autoctoni e immigrati».
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