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Alessandro Baù
Il Giornale di Vicenza e gli industriali all’inizio degli anni Cinquanta
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Premessa
Il 2 febbraio del 1950 Osvaldo Parise, nell’editoriale che inaugurava il suo ritorno alla guida del Giornale di Vicenza, scriveva:
È stato detto che ciò che non è scritto non esiste; siamo d’accordo su ciò, ma pensiamo che è altrettanto assiomatico che non esiste ciò che non è letto. Ecco perché, volendoci particolarmente riferire al giornale, se esso non viene prima comperato e poi letto, dovesse trattarsi anche del giornale meglio informato e più compiuto, esso resterebbe uno sterile foglio di carta bene inchiostrata1.
I motivi addotti da Parise e dalla proprietà del Giornale per giustificare il licenziamento del predecessore Renato Ghiotto si rifacevano al sostanziale insuccesso commerciale del prodotto. Il Giornale era arrivato ad attestarsi sulle 6.000 copie giornaliere2. Certo il risultato non era granché brillante, ma va detto che tutta la stampa quotidiana, dopo l’effervescenza dei primi mesi successivi alla Liberazione, in breve tornò a vendere più o meno lo stesso numero di copie di venti o quarant’anni prima, anche in forza dell’alone di diffidenza che la stampa, per l’uso meramente propagandistico che ne era stato fatto, difficilmente poteva scrollarsi di dosso.
In realtà – come hanno evidenziato i lavori di Emilio Franzina3 – le vere ragioni per sbarazzarsi di Ghiotto, che peraltro partì subito dopo per l’Argentina per stabilirsi al suo rientro a Roma, erano riconducibili a ben altre logiche. La Saveg, società proprietaria del giornale, con questa mossa chiudeva definitivamente l’esperienza di una testata che dal maggio del 1945 il Cln, attraverso il giovane direttore, aveva traghettato al post-fascismo. Per il foglio di Ghiotto, in sostanza, non c’era più spazio: la parentesi di libertà, pur vigilata, si era definitivamente chiusa.
Non è compito di queste brevi note soffermarsi sulla qualità del giornale, a buona ragione definito «locale ma non localista»; di un giornale che, pur tra necessarie condiscendenze nei confronti degli azionisti di maggioranza e nonostante il condizionamento degli industriali, riuscì comunque ad essere una “stecca nel coro” nel panorama conformista della stampa veneta del dopoguerra.
Quel laboratorio politico e intellettuale in cui si fecero le ossa scrittori ed intellettuali in erba, legati a doppio filo al Partito d’Azione, alcuni dei quali destinati a diventare firme prestigiose del giornalismo italiano, non poteva più rappresentare le istanze dell’industria che tentava di rinascere né gli equilibri politici creatasi dopo le elezioni politiche del ‘48. Lo stesso Ghiotto non ebbe ritrosie ad ammetterlo.
Desideri che io ti dica se il mio allontanamento dal Giornale fu dovuto a motivi politici. Che tale cambiamento sussista– scrive Ghiotto a Gigi Ghirotti – mi pare evidente anche per il lettore più ingenuo, che esso sia all’origine del mio licenziamento ti confermo ora e sono pronto a provarlo. In sostanza, caro Gigi, mi si voleva indurre a un atteggiamento molto conformista e filogovernativo per partito preso, e tu sei buon testimone che questa non fu mai, fino ad allora, la divisa del Giornale. Mi fu anche dichiarato che non esisteva altro motivo di lagnanza verso di me. Le conclusioni mi sembrano ovvie: e di esse potrebbero essere, nel caso, buoni giudici i nostri organi sindacali, ben qualificati a interpretare le clausole del nostro contratto4.
Il “nuovo” giornale venne quindi affidato al “vecchio” redattore capo di «Vedetta Fascista» Parise, e sotto tale direzione rimase fino al 1957, quando questi fu sostituito da un altro redattore cresciuto nel foglio ufficiale della Federazione fascista vicentina, e nel 1945 epurato dal Cln, Andrea Tadiello5.
Nell’editoriale citato, Parise indicava da subito quale giornale si progettasse e si volesse per la città: un «piccolo giornale» che evitasse di essere «una palestra per quanto rispettabile di alta politica o di filosofie più o meno comprensibili o di cerebralismi per i quali esistono strade altrettanto rispettabili»6. E tale da subito sarà.
L’itinerario che questo breve intervento propone è quello evidenziare i termini in cui il «Giornale di Vicenza» si predisponesse ad essere collettore «senza diaframmi del respiro della città, attraverso i suoi multiformi aspetti, le esigenze, i gusti e le aspirazioni della popolazione [e] dei suoi lettori», nella «fede tenace, appassionata, nella nostra consegna che deriva da una mai smentita tradizione alle istituzioni e il nostro spirito di collaborazione aperta e leale nel campo costruttivo»7.